
Molti dicono che Facebook è morto. Ma tra bot, algoritmo e nuovi contenuti, la realtà è diversa. E forse più inquietante.
Facebook è morto.
È diventata quasi una formula automatica, un riflesso culturale. Ogni volta che una nuova piattaforma conquista attenzione, ogni volta che TikTok detta il ritmo o Instagram occupa il centro della scena, Facebook viene descritto come un relitto rimasto online per inerzia, una città digitale ancora abitata ma senza più energia.
Eppure il punto è proprio questo: Facebook non è morto, ma non è più il Facebook che la maggior parte delle persone ha in testa. La percezione del declino nasce dal fatto che la piattaforma è cambiata struttura, funzione e pubblico. Oggi non viene vissuta come il luogo dove “stanno tutti”, ma come uno spazio ibrido dove convivono gruppi, marketplace, pagine, video, raccomandazioni algoritmiche, account automatici, creator, community locali e contenuti suggeriti anche da persone che non conosci.
Per capire perché molti lo percepiscono come un ambiente svuotato o artificiale, bisogna distinguere tra tre cose diverse: i numeri reali, l’esperienza concreta del feed e la trasformazione culturale della piattaforma. E in mezzo, come sempre, c’è l’algoritmo. Se vuoi capire come funziona il motore che decide cosa compare nella home, qui trovi anche il quadro più ampio su come funzionano gli algoritmi dei social media.
La prima cosa da chiarire è la più semplice: Facebook continua ad avere una dimensione gigantesca. Nei risultati del quarto trimestre 2025 Meta ha dichiarato 3,58 miliardi di Family daily active people sulle sue app, un dato che comprende Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp. Non è quindi corretto parlare di scomparsa del sistema Meta, e nemmeno di una piattaforma ridotta all’irrilevanza.
Anche fuori dai comunicati dell’azienda, il quadro resta più complesso di quanto suggerisca il luogo comune. Secondo Pew Research, nel 2025 il 71% degli adulti statunitensi dichiarava ancora di usare Facebook. Non è il linguaggio di una piattaforma “morta”. È piuttosto il linguaggio di una piattaforma diventata normale, infrastrutturale, quasi invisibile: meno desiderata culturalmente, ma ancora molto usata.
Ed è qui che nasce il paradosso. Facebook continua a essere grande, ma non è più percepito come centrale. In altre parole, può essere ancora usatissimo e allo stesso tempo sembrare finito. Succede spesso alle tecnologie mature: smettono di essere simbolicamente dominanti prima di smettere di essere davvero frequentate.
La sensazione di morte non nasce solo dai numeri anagrafici o dal fatto che i più giovani vivano altrove. Nasce soprattutto dall’esperienza del feed. Per molti utenti Facebook non appare più come una rete sociale costruita sulle persone che conoscono, ma come una sequenza di materiali eterogenei: video consigliati, post di pagine, gruppi, contenuti riemersi, discussioni locali, meme, annunci, marketplace, pubblicità e account di dubbia autenticità.
Nel 2022 Meta aveva già formalizzato questo passaggio con la distinzione tra Home e Feeds: la home come spazio di scoperta e raccomandazione, il feed separato come spazio più vicino ai contenuti di amici, pagine e gruppi seguiti. Questo non è un dettaglio di interfaccia. È un cambio di identità. Facebook ha smesso di essere soltanto il posto dove vedere cosa pubblicano le persone con cui sei connesso. È diventato un motore di distribuzione.
Nel 2025 Meta ha persino annunciato, almeno in alcuni mercati come Stati Uniti e Canada, una nuova Friends tab senza contenuti raccomandati, proprio per riportare al centro ciò che Facebook era stato all’inizio: gli amici. Questa scelta racconta molto più di una feature. Racconta che la piattaforma sa di aver spostato il baricentro troppo lontano dal rapporto sociale originario.
Quando un social deve reintrodurre artificialmente la dimensione “amici”, significa che nel frattempo si è trasformato in qualcos’altro. Ecco perché molte persone non dicono soltanto “Facebook è cambiato”. Dicono “Facebook sembra morto”. In realtà stanno dicendo un’altra cosa: non riconoscono più l’ambiente in cui erano entrate anni fa.
Se vuoi leggere il lato strutturale di questa trasformazione, torna utile anche capire cos’è davvero il feed social e perché oggi assomiglia sempre meno a una semplice lista di aggiornamenti.
Un altro pezzo decisivo della percezione di declino è questo: molte persone hanno l’impressione che Facebook sia pieno di bot, spam, profili improbabili e attività artificiali. Questa impressione non nasce dal nulla, ma va maneggiata con precisione, altrimenti si scade nel cliché.
Nel suo Annual Report 2025, Meta scrive che nel quarto trimestre 2025 ha stimato che meno del 5% del suo DAP globale fosse composto esclusivamente da “violating accounts”, cioè account usati in violazione dei termini di servizio, inclusi bot e spam. È un dato importante per due ragioni. La prima: conferma che il problema non è immaginario. La seconda: lo stesso report spiega che l’aumento rispetto alle stime precedenti dipende anche da un aggiornamento metodologico e da nuovi segnali usati per identificare queste attività.
Quindi sì, il problema esiste. Ma non nel modo rozzo in cui spesso viene raccontato. Non significa che “Facebook sia fatto solo di bot”. Significa piuttosto che, su una piattaforma di questa scala, una quota di attività inautentica è strutturale e visibile abbastanza da alterare l’esperienza percepita.
Il quadro si complica ancora di più con gli account di impersonazione. Nel marzo 2026 Meta ha dichiarato di aver rimosso più di 20 milioni di account che impersonavano grandi creator nel 2025. Non è una nota marginale. È il segnale di una piattaforma che sta cercando di ripulire un ecosistema in cui l’imitazione, il riutilizzo automatico e la copia hanno contribuito a rendere il feed meno affidabile e meno umano.
Il punto, allora, non è chiedersi se su Facebook ci siano bot. Il punto è capire quanto basti la loro presenza, insieme allo spam e ai contenuti riciclati, per cambiare il clima percettivo della piattaforma. Anche quando la maggior parte degli account è reale, basta una quantità relativamente contenuta di attività artificiale per rendere l’ambiente più freddo, più sospetto e più meccanico.
Negli ultimi anni Facebook ha inseguito una logica che riguarda tutto l’ecosistema dei social: non limitarsi a mostrare ciò che arriva dalla tua rete, ma prevedere ciò che potrebbe trattenerti di più. È lo stesso passaggio che ha reso TikTok così forte e che ha spinto tutte le piattaforme verso contenuti suggeriti, video brevi e ranking più aggressivi.
Meta lo ha spiegato apertamente già nel 2023 in un approfondimento su come l’AI influenza ciò che vedi su Facebook e Instagram. E lo ha rafforzato nel 2025 annunciando che anche le interazioni con le sue funzioni di AI sarebbero diventate un segnale utile per personalizzare raccomandazioni e pubblicità. In pratica, Facebook oggi non si limita a osservare cosa segui. Cerca di anticipare cosa ti terrà dentro.
Questo spiega perché molti utenti hanno la sensazione di vedere “sempre la stessa roba”, o di trovarsi dentro una piattaforma che sembra meno sociale e più addestrata alla massimizzazione del tempo di permanenza. È la logica dell’economia dell’attenzione: non mostrarti il mondo, ma mostrarti la versione del mondo che funziona meglio su di te.
Il risultato è ambiguo. Da un lato il sistema diventa più efficiente nel catturare attenzione. Dall’altro perde spontaneità, perché ogni contenuto sembra arrivare da una scelta invisibile, non da una relazione. E quando una rete sociale smette di sembrare una rete sociale, il sospetto cresce. Da qui nasce anche il senso di artificio che molti chiamano, in modo impreciso ma comprensibile, “Facebook pieno di bot”.
Un aspetto spesso ignorato è che Facebook continua a essere estremamente vivo in un contesto preciso: quello aziendale e commerciale. Non tanto come social “da usare”, ma come infrastruttura da sfruttare. Migliaia di aziende lo utilizzano ogni giorno per gestire assistenza clienti, gruppi privati, marketplace locali, community verticali e soprattutto campagne pubblicitarie iper-targettizzate. In molti casi, l’uso è anche meno “canonico” di quanto si immagini: pagine trasformate in canali di vendita diretta, gruppi usati come veri e propri forum chiusi o micro-community, profili personali utilizzati per attività promozionali che sfumano il confine tra individuo e brand.
Queste pratiche non sempre rientrano perfettamente nelle linee guida ufficiali, ma vengono di fatto tollerate perché generano attività, contenuti e soprattutto dati. È qui che Facebook mostra la sua vera natura attuale: non più solo social network, ma piattaforma multifunzione dove relazioni, commercio e visibilità si intrecciano. Ed è anche uno dei motivi per cui, nonostante la percezione di declino, il sistema continua a funzionare e a produrre valore economico. Se vuoi approfondire il modello dietro questa dinamica, qui trovi una spiegazione completa su come guadagnano davvero le piattaforme digitali.
C’è poi un elemento culturale che conta molto: Facebook non è più il luogo aspirazionale dell’attenzione digitale. Per gli adolescenti e per una parte consistente dei più giovani, quella centralità si è spostata altrove da tempo. Secondo Pew Research, nel 2024 solo il 32% dei teenager statunitensi dichiarava di usare Facebook, in netto calo rispetto al 71% registrato un decennio prima.
Questo non basta per dire che Facebook sia finito. Ma basta per spiegare perché abbia smesso di essere percepito come il posto dove il presente culturale prende forma. Quando una piattaforma perde la fascia che definisce le mode, perde anche una parte del suo prestigio simbolico. Resta utile, resta enorme, resta economicamente fortissima, ma smette di sembrare il futuro.
Ed è proprio qui che la percezione di “morte” diventa una scorciatoia linguistica. Spesso non significa assenza di utenti. Significa assenza di centralità culturale.
Facebook nel 2026 appare come una piattaforma che prova contemporaneamente a fare molte cose: trattenere gli utenti storici, premiare i creator, pulire lo spam, riportare al centro gli amici, distribuire Reels, monetizzare meglio e usare sistemi di AI sempre più sofisticati per ordinare l’esperienza.
Lo si vede anche dal lato creator. Meta ha dichiarato che nel 2025 Facebook ha pagato quasi 3 miliardi di dollari ai creator, con un aumento del 35% rispetto all’anno precedente. E sempre nel marzo 2026 ha spiegato che visualizzazioni e tempo speso sugli original Reels sono circa raddoppiati nella seconda metà del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024. Tutto questo non racconta una piattaforma spenta. Racconta una piattaforma che sta cercando di ridefinire da sola la propria utilità.
La domanda giusta, quindi, non è “Facebook è morto?”. La domanda giusta è: che tipo di ambiente è diventato Facebook? Una rete di amici? Solo in parte. Una piattaforma media? Sempre di più. Un’infrastruttura commerciale e comunitaria? Anche. Un ecosistema dove realtà, raccomandazione, spam e automazione convivono nello stesso spazio? Sì, ed è proprio questo che rende l’esperienza così ambigua.
Facebook sembra morto perché è diventato troppo pieno di meccanismi per sembrare ancora relazionalmente vivo. E quando una piattaforma continua a crescere mentre smette di sembrare umana, il problema non è la sua fine. È la sua disumanizzazione.