Es Devlin: il vaso di Pandora dell’AI lo abbiamo plasmato noi

RedazioneCultura Digitale1 week ago12 Views

Es Devlin porta l’intelligenza artificiale fuori dal lessico tecnico e la riporta alla materia: argilla, simboli, limite e rapporto tra umano e tecnologia.

Nel dibattito sull’intelligenza artificiale capita spesso che tutto si svolga dentro un lessico astratto: modelli, capacità, prestazioni, scala. La notizia che arriva da Oxford si muove in direzione opposta. L’artista e designer Es Devlin ha riunito ricercatori AI, artisti, leader spirituali ed esperti di tecnologia in un summit chiamato AI and Earth, costruito attorno a un gesto semplice: lavorare con argilla giurassica di circa 160 milioni di anni.

L’argilla introduce nel discorso sull’AI qualcosa che di solito viene espulso: il peso, il tempo, il contatto, il limite. Un modello si aggiorna, una superficie si plasma. Un sistema computazionale produce output; un materiale oppone resistenza. In questo senso il simbolo non è la ceramica come nostalgia dell’artigianato, ma la materia come controcampo della simulazione.

Nel progetto artistico di Devlin, il vaso diventa una figura centrale. È un oggetto antico, ma soprattutto è una forma che contiene. Non impone una verità: accoglie una presenza. In un’epoca in cui l’AI tende a presentarsi come macchina che genera, prevede, completa e sostituisce, il vaso suggerisce un’altra idea di tecnica: non quella che occupa tutto lo spazio, ma quella che prepara uno spazio.

È una differenza sottile, ma importante. Molta tecnologia contemporanea viene pensata per eliminare attrito, attesa, ambiguità. L’argilla fa il contrario: sporca le mani, rallenta il gesto, rende visibile il processo. Per questo la scelta di Devlin funziona sul piano simbolico. Riportare l’AI vicino a un materiale così antico significa sottrarla per un momento al linguaggio dell’efficienza e rimetterla dentro una cornice più umana, terrestre, finita.

Il simbolo del vaso contro l’illusione dell’astrazione

Secondo i resoconti dell’iniziativa, gli incontri si sono svolti in un clima non gerarchico, con persone provenienti da campi diversi invitate a confrontarsi mentre modellavano la terra. Anche questo dettaglio conta. L’AI viene spesso discussa come se avesse già il suo clero: ingegneri, investitori, piattaforme, dirigenti. Qui invece compare un’immagine diversa.

L’argilla non “risponde” all’AI. Non offre una tesi morale semplice. Però obbliga a riformulare la domanda. Se una tecnologia promette di moltiplicare immagini, testi, voci e identità sintetiche, che cosa succede quando la si costringe a misurarsi con qualcosa che non può essere accelerato senza perdere senso?

Chi segue da vicino il modo in cui i sistemi digitali modellano percezione e relazioni può ritrovare qui una domanda familiare: che tipo di sensibilità stiamo costruendo nell’ambiente digitale? E ancora: se le macchine imparano a imitare linguaggio, tono e compagnia, che cosa resta dell’esperienza di una relazione non programmata? È una domanda che torna anche quando si parla di relazioni con l’intelligenza artificiale.

360 vasi, non una risposta

Dal summit nasce anche 360 Vessels, installazione realizzata con il compositore Nico Muhly per il nuovo Schwarzman Centre for the Humanities di Oxford. Già il titolo dice molto. Non un vaso solo, non un oggetto definitivo, ma una molteplicità di contenitori. Il vaso, qui, non è simbolo di unità compatta. È simbolo di pluralità: forme diverse, mani diverse, idee diverse.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante della notizia. In un momento in cui l’AI tende a comprimere differenze dentro sistemi sempre più standardizzati, il vaso torna come figura minima della singolarità. Ogni recipiente contiene, ma non nello stesso modo. Ogni forma è una decisione materiale, ogni bordo implica un confine, ogni vuoto ha una misura.

Ogni tecnologia, prima di essere una promessa, è un rapporto tra forma, limite e mondo.

Fonti esterne:
The Guardian – What can 160-million-year-old clay tell us about AI and ethics?
Schwarzman Centre, Oxford – Es Devlin and Nico Muhly: 360 Vessels

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