
Nella guerra USA-Iran l’intelligenza artificiale trasforma propaganda, deepfake e disinformazione in un’arma che altera la percezione stessa della realtà.
C’è stato un momento in cui la propaganda arrivava dopo la guerra: serviva a raccontarla, giustificarla, ripulirla. Adesso arriva prima. Ti invade il feed, ti mostra la portaerei americana che esplode, il missile che centra il bersaglio, il leader nemico già morto, e solo dopo — forse — arriva la realtà a chiedere udienza. Il problema è che, nel frattempo, la menzogna ha già fatto milioni di visualizzazioni.
La guerra informativa tra Stati Uniti e Iran sta mostrando questo salto di qualità con una brutalità quasi didattica: non si combatte solo sul terreno, ma dentro una catena industriale di immagini, clip, meme, chatbot, account artificiali e manipolazioni a basso costo. L’intelligenza artificiale non è il contorno del conflitto. È diventata uno dei suoi moltiplicatori più efficaci.
Il caso della USS Abraham Lincoln è esemplare. In rete ha circolato un video in cui la portaerei veniva colpita e distrutta in una palla di fuoco hollywoodiana. Peccato che la nave fosse ancora lì, intera, operativa, viva. Morta soltanto nel cinema mentale dei social. E questo è il punto: la bugia non deve essere perfetta, deve solo essere abbastanza spettacolare da correre più veloce della verifica.
Secondo NewsGuard, nei primi 25 giorni del conflitto sono state tracciate 50 affermazioni false, sempre più spesso potenziate da contenuti generati o manipolati con AI. Non si tratta solo dei classici deepfake: il livello successivo è ancora più insidioso, perché lavora su materiali reali, li sposta, li decontestualizza, li piega quel tanto che basta per cambiare il senso dei fatti. È il falso che si traveste da documento.
Nel frattempo, dentro l’Iran, la possibilità stessa di verificare si restringe. Cloudflare ha documentato un crollo del traffico internet iraniano fino a livelli vicini allo zero durante il blackout imposto dal regime. Tradotto: mentre fuori esplodevano immagini di guerra, dentro il paese si spegnevano le finestre da cui controllarle. La propaganda perfetta non è quella che convince tutti. È quella che lascia gli altri senza strumenti per smentirti.
Chi segue da vicino il tema dei deepfake e dell’identità digitale sa già dove porta questa traiettoria: verso uno spazio pubblico in cui l’onere della prova diventa impossibile e la fiducia si sbriciola. Se tutto può essere falso, allora anche il vero smette di contare.
La tentazione comoda sarebbe raccontarsela così: da una parte il regime iraniano che trucca la realtà, dall’altra l’Occidente che la difende. Favola consolatoria, ma falsa. Perché anche Washington ha deciso di giocare con la grammatica tossica dello spettacolo. ABC News ha documentato i “hype video” della Casa Bianca: filmati reali delle operazioni in Iran montati insieme a scene di Call of Duty, senza distinguere chiaramente tra guerra vera e guerra simulata.
È qui che il degrado diventa quasi caricaturale: la guerra ridotta a contenuto, il bombardamento a estetica, il morto a clip. Ben Stiller ha protestato quando in uno di questi video è spuntato anche Tropic Thunder. Ha fatto bene: la guerra non è un franchise, ma il potere contemporaneo ha capito che, se la tratti come intrattenimento, la rendi più digeribile.
E infatti la reazione più dura non è arrivata dai soliti commentatori professionali, ma da veterani e famiglie militari. Il Washington Post ha raccolto il loro sdegno per una comunicazione che trasforma il conflitto in un videogioco morale: noi colpiamo, voi applaudite, tutti scorrono.
Il paradosso finale è il più velenoso: l’AI non serve solo a fabbricare i falsi, ma anche a convalidarli male. E così il cittadino medio si ritrova schiacciato tra propaganda di Stato, algoritmi di piattaforma e chatbot che sbagliano con l’aplomb di un notaio. È il vero potere degli algoritmi: non dirti cosa pensare in modo diretto, ma saturare l’ambiente fino a rendere la verità solo una versione tra le altre.
Persino Donald Trump, secondo Reuters, ha accusato l’Iran di usare l’AI come arma di disinformazione. Accusa plausibile. Ma detta mentre la sua amministrazione impacchetta la guerra come un trailer e attacca i media sgraditi, suona meno come una difesa della verità e più come una lite per il controllo del telecomando.
Per oggi la terza pillola è questa: nella guerra digitale non vince chi racconta meglio i fatti, ma chi riesce a sporcarli abbastanza da farti dubitare di tutto. E quando la realtà deve competere con la propaganda sul terreno dello spettacolo, la prima parte già in svantaggio.