
Suno, major, cause, accordi e numeri: perché la musica AI è passata da tabù industriale a terreno di scontro e affari nel mercato discografico.
Mikey Shulman, ceo e cofondatore di Suno, lo dice senza girarci intorno: da inizio 2026 incontra sempre meno producer e songwriter che non usano almeno un po’ la sua piattaforma nel workflow. È la frase che fotografa il punto: fino a ieri Suno era il software da usare di nascosto, quasi da negare. Troppo tossico il curriculum: modello addestrato senza permesso su un archivio sterminato di canzoni, canzoni complete generate da prompt, accuse di avere costruito un business sulle spalle del catalogo altrui. Oggi però il clima si è mosso, e si è mosso perché l’industria ha cominciato a trattare con chi denunciava.
Il paradosso è tutto qui. Nel 2024 le major hanno portato Suno e Udio in tribunale per violazione massiccia del copyright. Nel 2026 Suno può sbandierare 2 milioni di abbonati paganti e 300 milioni di dollari di recurring revenue, dopo un round da 250 milioni che ha valutato la società 2,45 miliardi. Intanto Warner Music Group ha chiuso la sua causa con Suno, mentre Universal ha fatto pace con Udio. Sony, invece, resta in causa con entrambi. La linea è diventata chiarissima: prima si denuncia il saccheggio, poi si costruisce il recinto licenziato.
Questo non significa che la guerra sia finita. A febbraio una coalizione di rappresentanti degli artisti ha lanciato la lettera aperta “Say No to Suno”, definendo la piattaforma una specie di smash and grab industriale e parlando di “AI slop” che allaga i cataloghi e sporca i flussi di royalty. Il nodo è sempre lo stesso: chi viene pagato, quanto viene pagato, e su quale materiale si allena il modello. Anche perché l’accordo Warner-Suno non è una carezza: prevede nuovi modelli addestrati su musica licenziata, l’uscita di scena dei modelli attuali e limiti più duri sui download, soprattutto per il free tier.
Nel frattempo, però, il tabù creativo si sta incrinando. La songwriter Autumn Rowe, che ha crediti con Jon Batiste, Dua Lipa e Ava Max, racconta che molti autori stanno usando Suno per produrre demo più spendibili e piazzare i brani agli artisti. Lei stessa, pur da scettica, ha rimesso mano a vecchi demo mai incisi per capire se un remix generato dall’AI possa dargli una seconda vita. Non è un’adesione ideologica. È opportunismo professionale, che nell’industria musicale è spesso il nome elegante della sopravvivenza.
Qui arrivano i dati veri, che tolgono parecchio romanticismo al racconto. Deezer dice di ricevere oltre 60.000 tracce AI al giorno, pari a circa il 39% dei caricamenti quotidiani, e sostiene che fino all’85% degli stream di questi brani sia fraudolento, quindi demonetizzato e rimosso dal royalty pool. Apple Music, da parte sua, ha irrigidito la repressione: ha raddoppiato le sanzioni contro lo streaming fraudolento e nel 2025 ha escluso 2 miliardi di stream manipolati. Michael Nash, chief digital officer di UMG, ha detto che il consumo organico aggregato di contenuti AI da parte del pubblico reale resta sotto lo 0,5%.
Traduzione brutale: l’AI music produce una valanga di file, ma la domanda vera non corre alla stessa velocità. Il sistema è già saturo da anni. Prima ancora di Suno, il mercato conviveva con circa 100.000 brani caricati ogni giorno sulle piattaforme. La barriera d’ingresso era già crollata; l’AI ha soltanto premuto ancora più forte sull’acceleratore. Ecco perché l’argomento di Shulman va letto fino in fondo: il suo punto non è solo che più persone possono creare, ma che la creazione stessa deve diventare consumo, remix, interazione continua, una specie di TikTok musicale dove il brano è materia da manipolare, non oggetto finito da ascoltare e basta.
Durante la Grammy week, Suno ha organizzato a Hollywood un songwriting camp guidato dal producer Om’Mas Keith: prompt testuali, brani generati in pochi minuti, poi intervento di musicisti veri per rifinire, riempire i vuoti e rimettere mano al risultato. È una scena che somiglia già al prossimo pezzo di industria: AI per accelerare, umani per rifinire, major per incassare e regolamentare. Nel cinema e nella tv questo schema va più piano. L’unico accordo operativo davvero pesante resta quello tra Lionsgate e Runway. Nella musica, invece, le major hanno già aperto cantieri con Suno, Udio, Spotify, Nvidia, Splice, Stability AI, e sul lato “assistivo” anche realtà come Moises, che ha nominato Charlie Puth chief music officer.
Chi vuole orientarsi meglio dentro questa giungla può partire da questo focus su Suno e i suoi numeri e da questo approfondimento su come funzionano davvero le royalties dello streaming. Per oggi la terza pillola è questa: il punto di svolta non nasce da una riconciliazione morale tra musicisti e AI. Nasce dal momento in cui le cause diventano contratti, i modelli “pirata” vengono rimpiazzati da modelli licenziati e il vecchio scandalo comincia a sembrare un nuovo segmento di mercato.