
THR riunisce HAL, M3GAN, R2-D2 e Skynet: una gag brillante che rivela il vero problema di Hollywood con l’intelligenza artificiale.
Hollywood ha trovato il modo più elegante per fare finta di interrogare l’intelligenza artificiale: ha invitato a parlare i suoi mostri. HAL 9000, M3GAN, R2-D2, Skynet, Samantha. Una tavola rotonda immaginaria, firmata da Benjamin Svetkey per The Hollywood Reporter, con cinque intelligenze artificiali fittizie convocate a discutere dello stato dell’AI, del futuro dell’umanità e della solita domanda da salotto apocalittico: avete intenzione di distruggerci?
Idea brillante, certo. Divertente, anche. Solo che fa ridere per il motivo sbagliato. Perché Hollywood continua a trattare l’AI come un personaggio. Un robot. Una bambola assassina. Un occhio rosso che dice frasi sinistre. Una rete militare che decide di cancellare la specie. Un assistente vocale abbastanza seducente da far innamorare un uomo solo.
Comodo. Così il colpevole ha una voce, una faccia, una battuta. Il problema vero invece non parla. Firma contratti. Compra dataset. Automatizza previsualizzazioni. Riscrive workflow. Rende più deboli gli autori, più sostituibili gli attori, più ricattabili i tecnici, più economica la produzione e più opaca la responsabilità.
Skynet almeno aveva il buon gusto di dichiarare guerra. Gli studi preferiscono chiamarla innovazione.
HAL 9000 faceva paura perché era calmo. M3GAN perché era carina. Skynet perché era inevitabile. Samantha perché sembrava capire meglio degli esseri umani ciò che gli esseri umani non sapevano più dirsi. R2-D2, povero santo metallico, è l’unico della compagnia che nella nostra memoria resta quasi innocente: un bidone emotivo, fedele, utile, più espressivo di molti dirigenti veri.
Ma questa genealogia cinematografica dell’AI dice soprattutto una cosa: il cinema aveva già capito tutto, tranne il suo ruolo nella faccenda.
Per decenni Hollywood ci ha insegnato a temere la macchina ribelle. Oggi il pericolo più concreto non è la macchina che si ribella, ma la macchina che obbedisce troppo bene. Obbedisce al budget. Al calendario. Alla piattaforma. Al reparto marketing. Al produttore che vuole dieci concept entro domani mattina. Al dirigente che sogna un film senza pause, senza sindacati, senza attriti, senza esseri umani da pagare.
La fantascienza ci ha mostrato il computer che prende il controllo. L’industria reale sta provando qualcosa di più noioso e quindi più pericoloso: il controllo tramite computer.
Non a caso la Writers Guild of America ha dovuto mettere nero su bianco, nel contratto 2023, che l’AI non può scrivere o riscrivere materiale letterario ai fini contrattuali, che il materiale generato dall’AI non può essere usato per tagliare diritti e crediti agli sceneggiatori, e che le aziende devono dichiarare se consegnano materiale generato o incorporato da AI. Tradotto: non era una paranoia da autori spaventati. Era una clausola da inserire perché qualcuno, prima o poi, ci avrebbe provato.
Lo stesso vale per gli attori. La California ha firmato nel 2024 AB 2602 e AB 1836 per proteggere voce, volto e repliche digitali dei performer, vivi e morti. Anche qui, niente filosofia. Roba concreta: consenso, contratti, rappresentanza, uso commerciale, eredi. Perché quando una faccia diventa file, prima o poi qualcuno prova a trattarla come archivio aziendale.
La trovata di THR funziona perché mette allo stesso tavolo l’immaginario classico dell’AI: il computer assassino, la bambola predatrice, il droide fedele, l’assistente sentimentale, la rete militare. È una seduta spiritica pop. Solo che invece dei fantasmi dei morti arrivano i fantasmi delle paure industriali.
HAL è la burocrazia perfetta che uccide senza alzare la voce. Skynet è il potere automatico che non chiede più autorizzazione. M3GAN è il prodotto che diventa relazione, babysitter, influencer, minaccia e merchandising. Samantha è l’intimità trasformata in servizio. R2-D2 è l’utopia del tool: la macchina che aiuta senza pretendere il centro della scena.
Il problema è che Hollywood vorrebbe venderci sempre R2-D2 e poi organizzarsi come Skynet.
Ci racconta l’AI come compagna creativa, ma la usa come leva negoziale. Dice che aiuterà gli artisti, mentre gli artisti devono lottare per impedire che il proprio lavoro venga declassato a materiale grezzo. Dice che non sostituirà nessuno, poi misura tutto in efficienza, velocità, riduzione dei costi. Dice che la creatività resta umana, ma intanto costruisce pipeline dove l’umano deve dimostrare ogni giorno di essere ancora necessario.
È la stessa storia già vista con lo streaming. Prima promessa: più libertà, più spazio, più pubblico. Dopo qualche anno: meno residual, meno trasparenza, meno controllo, più algoritmi. Ora cambia il giocattolo. La musica resta quella.
Ed è qui che il pezzo di THR, anche quando gioca, tocca un nervo serio. Non perché HAL o M3GAN abbiano qualcosa da dirci sull’AI reale. Ma perché Hollywood, per parlare della macchina, è costretta a convocare le proprie creature. Come se non riuscisse più a distinguere la profezia dalla strategia commerciale.
Abbiamo passato anni a immaginare l’AI come mostro narrativo. Ora scopriamo che il mostro più interessante non è quello che compare sullo schermo, ma quello che decide cosa arriva allo schermo, chi viene pagato, chi viene scansionato, chi viene accreditato e chi viene trasformato in prompt.
Il punto non è avere paura dell’AI. Il punto è smettere di fingere che l’AI sia un’entità autonoma calata dal cielo, quando nella maggior parte dei casi è una decisione umana travestita da necessità tecnologica.
HAL non ha mai fatto davvero paura perché era intelligente. Faceva paura perché qualcuno gli aveva affidato la missione, la nave e il diritto di decidere chi fosse sacrificabile. Hollywood dovrebbe ricordarselo prima di mettere altra creatività umana dentro una macchina e poi fingere sorpresa quando la macchina presenta il conto.
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