
Gli studios contestano l’uso non autorizzato di opere e identità, ma le posizioni aperte mostrano che l’intelligenza artificiale è già entrata nella produzione, nel marketing e nella difesa dei cataloghi.
Hollywood continua a presentare l’intelligenza artificiale come una minaccia da contenere, ma intanto cerca le persone necessarie a trasformarla in infrastruttura. Un’analisi del Los Angeles Times su circa 250 posizioni pubblicate a fine giugno da Disney, Universal, Paramount, Warner Bros., Sony, Netflix e Amazon MGM ne ha individuate una trentina collegate all’AI: più di una su dieci.
Il dato non dimostra che ogni strumento sia già operativo, né che gli studios stiano sostituendo sceneggiatori o attori. Gli annunci non cercavano infatti interpreti sintetici o sistemi incaricati di scrivere copioni. Mostrano però qualcosa di più concreto delle dichiarazioni ufficiali: l’industria sta costruendo competenze, procedure e reparti destinati a rendere l’AI ripetibile, controllabile e quindi ordinaria.
Disney, Netflix e Amazon MGM sembrano muoversi soprattutto sul versante creativo e produttivo. Netflix cercava un “Manager, Generative Workflows” incaricato di integrare questi strumenti nei film destinati a Stati Uniti e Canada, mentre altre posizioni riguardavano software applicati agli effetti visivi. La piattaforma ha già illustrato impieghi dell’AI per moltiplicare il pubblico negli stadi e costruire inquadrature d’ambiente nelle scene d’azione.
L’investimento, del resto, non è più soltanto sperimentale. A marzo Netflix ha acquisito per 587 milioni di dollari InterPositive, la società di tecnologie cinematografiche fondata da Ben Affleck, e gli annunci individuati dal quotidiano comprendevano due ruoli senior legati all’applicazione dell’AI agli effetti visivi.
Disney reclutava profili di livello dottorale per collegare ricerca e applicazioni cinematografiche, supervisori di Industrial Light & Magic chiamati a sperimentare nuovi flussi produttivi e specialisti per modelli proprietari destinati a colonne sonore, separazione vocale e trasferimento della voce. Amazon cercava invece una figura dirigenziale capace di estendere l’adozione dell’AI lungo l’intera produzione.
Universal, Paramount, Warner Bros. e Sony apparivano più concentrate su marketing, distribuzione e analisi del pubblico. La tecnologia non entra quindi soltanto nell’immagine finale: organizza classificazione, promozione e misurazione, cioè i passaggi attraverso cui un film trova il proprio mercato.
La contraddizione più interessante è che gli stessi studios stanno assumendo anche per difendersi dall’AI. Disney cercava specialisti di sicurezza dei contenuti, watermarking, pirateria e tutela dei diritti, mentre parallelamente sviluppava strumenti interni per immagini, suono e produzione. L’industria non sta scegliendo tra adozione e resistenza: vuole usare la tecnologia senza perdere il controllo sui materiali che la alimentano.
È anche per questo che l’impiego resta spesso fuori campo. Sindacati, interpreti e pubblico continuano a chiedere limiti chiari; SAG-AFTRA ha ottenuto nuove protezioni contro le repliche sintetiche e gli studios sostengono di non utilizzare sistemi capaci di sostituire integralmente una performance umana. Gli annunci di lavoro, però, indicano che la fase sperimentale sta diventando struttura aziendale.
La battaglia decisiva non riguarda più l’arrivo dell’AI a Hollywood. Riguarda chi potrà addestrarla, applicarla e soprattutto decidere quali lavori resteranno visibili quando il nuovo processo sarà diventato normale.