
Il doomscrolling è il consumo ripetitivo di notizie negative con difficoltà a fermarsi. La ricerca lo collega a minore benessere e uso problematico dei social.
Apri il telefono per controllare una notizia. Dieci minuti dopo stai ancora scorrendo guerre, crisi, incidenti, catastrofi e commenti indignati. Non stai più cercando una risposta precisa: stai continuando a consumare informazioni negative anche se senti che ti fanno stare peggio. È ciò che viene chiamato doomscrolling.
Il termine è recente, ma ormai esiste una letteratura scientifica abbastanza ampia da distinguere il fenomeno dalla semplice abitudine a informarsi. Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2026 lo definisce come un coinvolgimento persistente o ripetitivo con informazioni online prevalentemente negative, minacciose o angoscianti, spesso accompagnato dalla difficoltà a interrompere il comportamento.
Le notizie negative possono essere importanti e in alcuni casi cercarle è razionale: conoscere un’emergenza, seguire una guerra o capire una crisi economica può aiutarci a orientarci. Il problema nasce quando la ricerca di informazioni smette di produrre comprensione e diventa un ciclo.
La caratteristica centrale è la difficoltà a disimpegnarsi. Continui a controllare perché temi che possa essere successo qualcosa, perché vuoi aggiornamenti o perché la sequenza del feed non offre un punto naturale di arresto.
Le informazioni minacciose hanno un valore particolare per il nostro sistema attentivo: capire rapidamente se esiste un rischio può essere utile. Nei media digitali questa predisposizione incontra però una disponibilità praticamente infinita di notizie.
Uno studio su oltre 95.000 articoli di testate statunitensi e britanniche ha rilevato che gli articoli con tono negativo venivano condivisi sui social più frequentemente di quelli meno negativi. Questo non significa che “l’algoritmo vuole renderci tristi”, ma mostra che la negatività può ricevere segnali di diffusione più forti.
I social combinano aggiornamento continuo, scroll infinito e sistemi di raccomandazione. Ogni nuovo contenuto può sembrare quello che finalmente chiarirà la situazione, ma subito dopo ne arriva un altro.
Il meccanismo si collega all’economia dell’attenzione: le piattaforme hanno interesse a mantenere l’utente attivo, mentre l’utente cerca informazioni che gli permettano di ridurre l’incertezza. Le due cose possono rinforzarsi a vicenda.
Le ricerche non autorizzano diagnosi individuali, ma il quadro è abbastanza coerente. Studi pubblicati tra il 2024 e il 2026 hanno associato livelli più alti di doomscrolling a minore benessere, maggiore distress, paura di perdere informazioni e uso problematico dei social.
Una meta-analisi del settembre 2026 ha raccolto gli studi disponibili su adolescenti e adulti, sottolineando che doomscrolling, esposizione a notizie negative e dipendenza dai social sono concetti collegati ma non identici. Questa distinzione conta: non tutte le persone che seguono intensamente le notizie stanno facendo doomscrolling.
La soluzione più utile non è necessariamente un numero universale di minuti. Una ricerca del 2025 ha proposto un consumo più “mindful” delle notizie negative, sottolineando che limiti identici per tutti ignorano differenze individuali e contesti.
In pratica può essere più efficace cambiare la struttura del comportamento:
Il doomscrolling diventa interessante come fenomeno digitale perché mostra quanto sia difficile distinguere un comportamento scelto da uno trascinato dall’interfaccia. Puoi voler capire davvero cosa sta succedendo e, nello stesso tempo, restare dentro una sequenza che non aggiunge più conoscenza.
La domanda utile quindi non è “mi sto informando troppo?”, ma sto ancora imparando qualcosa o sto soltanto continuando a scorrere? Recuperare questa distinzione è già un modo per riprendere il controllo.