
La sovranità digitale non significa autarchia tecnologica: significa poter scegliere fornitori, infrastrutture e regole senza dipendenze irreversibili.
La sovranità digitale europea viene spesso raccontata come il tentativo di costruire una versione continentale di ogni tecnologia americana o asiatica. È una caricatura comoda, perché permette di liquidare il problema come protezionismo. La questione reale è molto più concreta: quanto può essere autonoma un’economia se cloud, semiconduttori, modelli di intelligenza artificiale e piattaforme essenziali dipendono da un numero ristretto di fornitori esterni?
Il 23 settembre 2026 il vice direttore generale della Banca d’Italia Gian Luca Trequattrini ha sintetizzato il problema in un intervento dedicato alla sovranità digitale europea: l’autonomia non richiede di produrre tutto in Europa, ma di mantenere una possibilità concreta di scelta e sostituzione dei fornitori critici. È una definizione meno spettacolare dell’autosufficienza e molto più utile.
Un sistema è sovrano quando può continuare a funzionare anche se cambiano condizioni commerciali, geopolitiche o normative. Applicata al digitale, questa idea riguarda almeno quattro livelli: chip, infrastrutture di calcolo, software e dati.
Se un’impresa europea utilizza un cloud extraeuropeo, modelli AI sviluppati altrove, GPU prodotte da pochi fornitori e software proprietario difficilmente sostituibile, non è necessariamente in una situazione problematica. Il rischio nasce quando quelle dipendenze diventano irreversibili. La sovranità, allora, non coincide con il passaporto del fornitore: coincide con la capacità di migrare, interoperare, negoziare e mantenere continuità operativa.
È lo stesso problema che abbiamo descritto parlando di Big Tech: il potere delle grandi piattaforme non deriva soltanto dalla dimensione economica, ma dalla loro capacità di diventare infrastrutture difficili da sostituire.
La Commissione europea definisce la sovranità tecnologica come la capacità di agire in modo indipendente sviluppando e controllando tecnologie, dati e infrastrutture chiave e riducendo la dipendenza da fornitori di paesi terzi. Nel giugno 2026 ha presentato un pacchetto che include Chips Act 2.0, Cloud and AI Development Act e una strategia europea sull’open source.
Il dato più importante non è l’elenco dei programmi, ma il tentativo di intervenire lungo l’intera catena. Un data center costruito in Europa può rafforzare la capacità di calcolo locale, ma non rende automaticamente europea la tecnologia se utilizza processori, software di orchestrazione e modelli controllati altrove. Allo stesso modo, avere un modello AI europeo serve relativamente poco se l’infrastruttura necessaria a eseguirlo rimane accessibile soltanto attraverso pochi hyperscaler.
La sovranità digitale è quindi un problema di stack. Ogni livello può creare una nuova dipendenza sul livello precedente.
L’Europa dispone di competenze industriali importanti nella filiera dei semiconduttori, ma non controlla l’intera catena dei processori di frontiera utilizzati dall’AI. La Commissione stessa riconosce che le dipendenze restano significative e che la quota europea del mercato globale dei semiconduttori è ancora lontana dagli obiettivi fissati per il 2030.
Il problema non si risolve semplicemente costruendo una fabbrica. I chip avanzati richiedono macchinari, proprietà intellettuale, materiali, packaging, software di progettazione e mercati sufficientemente grandi da sostenere investimenti enormi. La resilienza nasce quindi dalla diversificazione e dalla capacità di presidiare alcuni segmenti strategici, non dal tentativo di duplicare ogni fase della filiera.
La parte meno appariscente della strategia europea potrebbe essere anche una delle più importanti. Il software open source non elimina le dipendenze, ma può abbassare i costi di uscita da una piattaforma e rendere più semplice controllare, modificare e trasferire sistemi critici.
Lo stesso vale per gli standard interoperabili. Un mercato nel quale cambiare cloud, modello AI o infrastruttura richiede di ricostruire tutto da zero è formalmente competitivo ma sostanzialmente bloccato. In questo senso la sovranità digitale può essere compatibile con mercati aperti: serve proprio a impedire che l’apertura iniziale produca una dipendenza irreversibile.
Per l’Europa il rischio più grande sarebbe trasformare la sovranità digitale in uno slogan industriale. Non basta finanziare qualche infrastruttura europea se poi imprese e amministrazioni rimangono legate alle stesse architetture proprietarie. E non basta regolamentare gli operatori stranieri se non esistono alternative credibili.
La misura concreta dell’autonomia è molto più semplice: possiamo cambiare fornitore senza smettere di funzionare? Possiamo conservare dati e servizi? Possiamo utilizzare infrastrutture differenti? Esistono competenze, standard e capacità industriali sufficienti a evitare che una singola decisione esterna blocchi un settore?
È qui che la sovranità digitale smette di essere una discussione identitaria e diventa una questione economica. Non significa fare tutto da soli. Significa evitare che la scelta tecnologica di oggi diventi l’impossibilità di scegliere domani.